SANREMO 2026 – SERATA COVER Analisi, impressioni e previsioni
Scritto da Redazione 101 News il 1 Marzo 2026
Mi sono chiesto: perché la serata più attesa del Festival è sempre quella del venerdì, quella delle cover?

La risposta più semplice è anche la più evidente: le canzoni, per lo più, le conosciamo già oppure le colleghiamo a un periodo storico, a momenti personali, ad atmosfere precise. Assistiamo inoltre a una vera e propria messa in scena del brano scelto, diventata negli anni sempre più definita e arricchita. Luci e video, in certi casi di livello internazionale, contribuiscono a costruire uno spettacolo complesso. La risoluzione in 4K amplifica dettagli, parole e inquadrature studiate con precisione. Movimenti calibrati, telecamere incrociate e dinamiche, riprese volanti e delicate, fotografie statiche fatte di luci e ombre interessanti che spesso restituiscono dignità ai pezzi e agli interpreti. Sembra quasi esistere un montaggio già preparato, un canovaccio studiato al millimetro. Ovviamente non tutte le esibizioni raggiungono questo livello: alcune vengono proposte senza reale rivisitazione o arricchimento sonoro, quasi per obbligo. Dietro, inevitabilmente, agiscono case discografiche, produttori e investimenti economici. Alcune performance risultano suggestive, altre lasciano invece un senso di vuoto scenico, con artisti smarriti o intenti a forzare interpretazioni attraverso gorgheggi inutili o variazioni melodiche raramente convincenti. Il pubblico, in fondo, cerca una canzone solida: una rilettura capace di modernizzare o riportare al classico senza tradirne l’essenza. Tra i duetti, ad esempio, “Cinque giorni” con Michele Zarrillo e Sal Da Vinci. In questo caso il limite appare proprio Zarrillo, impegnato per tutta la durata del brano a dimostrare la propria tecnica vocale. Sal Da Vinci lo supera nettamente per intonazione e tenuta. Le continue variazioni e gli abbellimenti vocali risultano superflui e finiscono persino per mettere in difficoltà il partner. Nonostante ciò entrano nei dieci finalisti, anche grazie alla forte tensione emotiva della performance. Va riconosciuto, per onestà, l’ottimo lavoro registico di Pagnussat, che dopo la cerimonia dei David di Donatello — decisamente meno riuscita — appare qui come un regista da cinema d’autore. Sayf, come si direbbe oggi, “spacca”. Il suo secondo posto testimonia la crescita artistica: tromba alla mano, cita apertamente i Blues Brothers insieme a Mario Biondi e Alex Britti. Una performance apprezzata dal pubblico e quindi premiata dal televoto. Sayf mostra personalità, sostenuto da musicisti immersi in un’atmosfera da club del Queens o da elegante locale di Manhattan, tra raffinatezza e energia. Sul medesimo piano, ma con maggiore eleganza e credibilità, il sorprendente duetto tra Ditonellapiagae Tony Pitony: un’ambientazione anni Trenta, una soubrette dai capelli rosa e un uomo follemente innamorato sulle note di “The Lady Is a Tramp”. Vittoria inevitabile.
Profonda e complessissima l’interpretazione di Arisa, accompagnata da cinquanta elementi del Coro del Teatro Regio di Parma e dall’intera orchestra immersa in un flusso armonico poderoso. Arisa non domina la scena: ne diventa parte integrante, un suono tra i suoni. Standing ovation meritata. «Questa canzone l’abbiamo costruita insieme», ha dichiarato. Performance da vittoria, anche se il terzo posto resta comunque memorabile. Discreti LDA e Aka7even, anche se l’attenzione viene inevitabilmente catturata dalla presenza di Tullio De Piscopo e dall’ipnotico “Andamento lento”, capace di riportare indietro nel tempo. «Non si esce mai dagli anni ’80», dice la regina pop del momento. Ed è vero: chi ha vissuto quegli anni — e parte dei Novanta — lo sa bene. Il pensiero corre ai meccanismi festivalieri dell’era Baudo, quando nel 1995 una giovane Giorgia vinse partendo dalle Nuove Proposte. Un Festival capace allora di rinnovarsi continuamente, mentre oggi sembra irrigidito in serate spesso prive di reale slancio artistico. Forse per coincidenza — o per omaggio — domina il nero negli abiti. La giacca vinaccia e nera di Carlo Conti lo faceva sembrare quasi un Conte Dracula; accostare Laura Pausini a Morticia Addams sarebbe forse una cattiveria… ma il pensiero viene.
Se sono arrivato a parlare dei vestiti, probabilmente significa che sto finendo gli argomenti.
Resta però l’inspiegabile esclusione del duetto tra Fiorella Mannoia e Michele Bravi, splendidi in “Domani è un altro giorno” di Ornella Vanoni, finora poco celebrata in questa edizione. Penalizzati anche Nayt, artista che rifiuta il ruolo del giullare televisivo — e proprio per questo apprezzabile — e Thiele. Splendida invece la versione de “Il mondo” proposta da Maria Antonietta e Colombre insieme a Brunori Sas: divertente, raffinata e intelligente anche negli arrangiamenti. Nota speciale per la travolgente “Occhi di gatto” delle Bambole di Pezza con Cristina D’Avena: energia pura, girl power rock senza filtri, pelle e attitudine da chi chiuderebbe una sigla anime con i Led Zeppelin. Chiudo con la cover meno riuscita: Mara Sattei e Mecna che stravolgono “L’ultimo bacio” della nostra “cantantessa” Carmen Consoli.
Le previsioni
La cinquina finale sarà probabilmente condizionata da un televoto sempre più incontrollabile, capace di ribaltare equilibri anche discutibili.
Per me il Festival è già stato vinto da Ditonellapiaga, fortissima anche nel consenso popolare.
Possibili riconoscimenti:
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Premio della Critica Mia Martini: Serena Brancale
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Miglior testo: Ermal Meta
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Premio TIM: Sal Da Vinci
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Miglior arrangiamento: Arisa
Resta inspiegabilmente fuori Tommaso Paradiso.
La mia cinquina ideale: Ditonellapiaga, Arisa, Serena Brancale, Tommaso Paradiso, Nayt.
Quella che temo arriverà: Ditonellapiaga, Fedez e Masini, Arisa, Sayf e Sal Da Vinci — con quest’ultimo possibile vincitore.
A domani per il riassunto finale e la narrazione conclusiva di questo Festival.
Italo Zeus