Sanremo, tra suoni confusi e nostalgie: il recap critico della seconda e terza serata
Scritto da Redazione 101 News il 28 Febbraio 2026
Sanremo, tra suoni confusi e nostalgie: il recap critico della seconda e terza serata

Seconda e terza serata – Recap
Le classifiche, indicative e quasi inutili, delle tre serate in ordine sparso:
Prima serata
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Fulminacci
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Fedez e Masini
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Arisa
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Ditonellapiaga
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Serena Brancale
Seconda serata
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Fedez e Masini
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Ermal Meta
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LDA e Aka7even
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Nayt
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Tommaso Paradiso
Terza serata
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Luchè
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Arisa
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Serena Brancale
Stranamente, la seconda e la terza serata, dal punto di vista prettamente tecnico del suono — mettendo dentro tutto ciò che è pertinente — sono andate peggiorando rispetto alla prima. Personalmente non ricordo una situazione del genere. Di solito la prima serata, tra emozione dei cantanti, bilanciamenti ancora instabili ed errori che si cerca di correggere in corsa, serve proprio a individuare i margini di miglioramento per affinare il suono degli strumenti e della voce, così da amalgamare tutto al meglio nelle serate successive. Quest’anno è accaduto esattamente il contrario. Le due serate successive sono peggiorate, praticamente in ogni brano. Ascoltare le canzoni su internet o in radio — vale a dire i master definitivi, sistemati il più possibile — restituisce spesso tutt’altra esperienza. Ovviamente non accade per tutti i brani, ma per molti sì. L’orchestra è sembrata spesso soffocante, addirittura sminuente. L’esempio più lampante è Patty Pravo: qualcuno è riuscito a sentire tutte le parole della poesia scritta da Giovanni Caccamo? Personalmente no. Ho dovuto riascoltare il pezzo su YouTube. Brano sbagliato, orchestra troppo piena, tutto quello che si vuole, ma l’unica spiegazione possibile è che il suono percepito in sala fosse diverso da quello arrivato attraverso televisori e dispositivi, probabilmente più chiaro e compatto. Stessa cosa per il brano di Tommaso Paradiso, che ho “scoperto” essere tra i migliori del Festival. Serena Brancale vola altissimo, in un momento emotivamente forte anche per la presenza della sorella direttrice d’orchestra: un passaggio di grande intensità vissuto dentro il teatro, nello stupore della diretta. Ma resta la domanda: qual è la reale continuità di Qui con me? Lo stesso discorso vale per Arisa: il brano funziona meglio in radio, nonostante sia perfettamente adatto all’orchestra e valorizzato dalla sua splendida voce. Eppure, per qualche motivo, l’arrangiamento distrae dal testo, che invece racconta una storia, un ricordo, un divenire di vita semplice ma diretto e scandito. In questo elenco inserisco anche Raf, autore di un brano decisamente sottovalutato. Le canzoni più semplici, o maggiormente legate all’elettronica e a un ridimensionamento orchestrale — Ditonellapiaga, Nayt, Fulminacci, Maria Antonietta e Colombre, ad esempio — risultano complessivamente più efficaci. Il momento Achille Lauro della seconda serata non appare banale: il canto della madre di una vittima che intona Perdutamente davanti alla foto della figlia, nel ricordo straziante della strage di Crans-Montana, viene ripreso dall’artista in una scenografia luminosa e avvolgente. Un passaggio credibile anche alla luce del percorso sociale che Lauro porta avanti da tempo con reale impegno. Diverso l’effetto dell’interpretazione di Laura Pausini in Heal the World di Michael Jackson: arroccata su un grande piedistallo al centro del palco, con abito bianco di piume di struzzo e il coro dell’Antoniano circondato da centinaia di bambini anch’essi vestiti di bianco, si lascia andare a gorgheggi forzati che non le appartengono, quasi trasformando l’esecuzione in un grido. Molto più riuscito il momento Eros Ramazzotti, che canta controtempo Adesso tu — probabilmente perché non ne può più di interpretarla — ma regala poi un bellissimo duetto in italiano con Alicia Keys. Tornando alla gara, temo fortemente che il vincitore sarà lui: Sal Da Vinci. Ed è probabilmente ciò che questa edizione merita, segnata da una noia mortale, vecchia, antica e impolverata. Siamo passati dalle polemiche sui “poveri cantanti napoletani” discriminati — con Nino D’Angelo prima e Gigi D’Alessio dopo — a un Festival che sembra trasferito direttamente in Piazza Plebiscito. Un’invasione. Non è una questione contro Napoli — e lo stesso varrebbe per la Sicilia, che non ha mai preteso ogni anno canzoni in dialetto per rivendicazione identitaria. Altrimenti si organizzi direttamente un Festival della canzone napoletana, proprio in Piazza Plebiscito. Anche perché Napoli ha espresso giganti come Pino Daniele, Enzo Gragnaniello o Roberto Murolo. Qui invece domina il neomelodico, o peggio ancora il rap-neomelodico. Prepariamoci dunque: a ogni matrimonio risuonerà la canzone di Sal Da Vinci dedicata al suo “indissolubile” matrimonio — sperando non faccia la fine di quello cantato per anni da Gigi D’Alessio. E concludo: togliete questi telefonini di mano ai ragazzi — o almeno ai campanilisti. Un solo voto, non tre. L’anno scorso erano addirittura cinque. Altrimenti questo non è più Sanremo, ma Amici o X Factor. E allora lo si dichiari apertamente: un talent show, punto. Ora si attendono le Cover di stasera, che sembrano molto interessanti: dal gioco nostalgico di Occhi di gatto con Cristina D’Avena e le Bambole di Pezza, a Ditonellapiaga con Tony Pitony, fino ai momenti più profondi come Arisa accompagnata dal grande coro del Teatro Regio di Parma.
dal nostro inviato max scaffidi e Italo Zeus